I Maya, il 2012 e il codice di Dresda

18 novembre 2009
Ultima pagina del Codice di Dresda

L’ultima pagina del Codice di Dresda descrive un diluvio

Sul web si parlava tanto della “fine del mondo” nel 2012 già nel 2007. Ora (2009) che è uscito l’omonimo kolossal cinematografico dagli effetti speciali straordinari (e dalla trama assolutamente inesistente) sull’apocalisse Maya, di questo fenomeno si è accorta anche la TV.

Al di la delle insulse stupidaggini che si dicono sul piano scientifico (allineamenti planetari o galattici, esplosioni solari, inversione dei poli magnetici, inversione dei poli geografici, arresto del moto di rotazione, fusione totale dei ghiacci in un lampo, nibiru e chi più ne ha più ne metta) resta come base della discussione la (presunta) profezia dei Maya sulla fine del mondo. Ogni sito catastrofista fornisce la propria interpretazione, citando altri siti catastrofisti o newage o maestri della fuffa come Gregg Braden, che parlò del presunto allineamento col centro della galassia, già discusso in questo blog.

Ma cosa hanno lasciato scritto di preciso i Maya su questo argomento?

Della loro cultura ci è giunto pochissimo perché il solerte vescovo Diego De Landa fece bruciare tutti i documenti e gli scritti di questa civiltà. L’intento era di fare tabula rasa dei loro usi, storia, cultura e religione per poter evangelizzare lo Yucatan. Si sono salvate delle iscrizioni nei monumenti, delle stele e pochissimi scritti, detti codici, che portano il nome delle città o dei posti in cui sono conservati: Parigi, Madrid, Grolier, Praga e il più completo, quello di Dresda. Cito da Wikipedia:

Il codice contiene solo 74 pagine; tratta esclusivamente temi di ordine religioso e rituale, come il moto orbitale di Venere, il calcolo delle sue fasi, le previsioni delle eclissi solari e lunari, le cerimonie per il nuovo anno. […] Altri capitoli sono dedicati a Chaak, il dio della pioggia […]

Quella riportata poco sopra è l’ultima pagina del codice di Dresda e parla di un diluvio…

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Sito Apollo 11 fotografato in alta risoluzione da LRO

11 novembre 2009

Base della TranquillitàDopo aver fotografato ad alta risoluzione i siti di atterraggio di Apollo 12 e Apollo 17 (vedere qui), il Lunar Reconnaissance Orbiter (LRO) ha ripreso anche lo storico sito di Apollo 11, l’astronave che ha portato i primi uomini sulla Luna nel 1969.

Il dettaglio della base del modulo lunare è visibile chiaramente nell’ingrandimento qui a fianco.

Si possono distinguere “zampe” del modulo di atterraggio e (cliccando l’immagine per ingrandirla) le tracce lasciate dagli astronauti. Le tre macchioline bianche in basso sono gli strumenti scientifici lasciati sulla superficie della Luna da Armstrong e Aldrin.

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2012, le prove

6 novembre 2009

Quello che si dice sul 2012 è tutto vero, ora ho le prove, non può essere un caso:

Scade il 21/12/2012

😉


Siti di atterraggio di Apollo 12 e 17 fotografati da LRO

5 novembre 2009

La sonda LRO (Lunar Reconnaissance Orbiter) della NASA, il killer del lunacomplottismo (si veda La triste fine dei lunacomplottisti – parte 1, parte 1.5 e parte 2), in orbita lunare dal giugno di quest’anno (2009) per mappare la superficie del nostro satellite, è scesa finalmente alla quota operativa di 50 km.

Dopo avere fotografato i siti di atterraggio di tutte le missioni Apollo dalla precedente quota di 100 km, ci sta ora mandando le immagini ad alta risoluzione degli stessi posti.

Questo è il dettaglio, commentato, del sito di atterraggio della missione Apollo 12:

Sito di atterraggio della missione Apollo 12 (19/11/1969)

Sito di atterraggio della missione Apollo 12 (19/11/1969) fotografato dalla sonda LRO

Questo invece è il sito di atterraggio dell’Apollo 17 :

Sito di atterraggio della missione Apollo 17

Sito di atterraggio della missione Apollo 17 (11/12/1972) fotografato dalla sonda LRO

I relativi annunci della NASA con tutti gli approfondimento del caso sono qui:


Strade (troppo) antiche

2 novembre 2009

Misteriose rovine sommerse«Innanzi a quella foce stretta che si chiama colonne d’Ercole, c’era un’isola. E quest’isola era più grande della Libia e dell’Asia insieme, e da essa si poteva passare ad altre isole e da queste alla terraferma di fronte. […] In tempi posteriori […], essendo succeduti terremoti e cataclismi straordinari, nel volgere di un giorno e di una brutta notte […] tutto in massa si sprofondò sotto terra, e l’isola Atlantide similmente ingoiata dal mare scomparve».

Così Platone in uno dei suoi dialoghi – il Timeo – intorno al 360 A.C., parla di Atlantide, uno dei miti più antichi e affascinanti. Da questo ne sono derivati tanti altri (Mu, Lemuria, Iperborea, …) ma tutti hanno in comune un continente perduto, rovine sommerse o sepolte di antiche civiltà avanzate, distrutte da qualche immane catastrofe naturale o dalla ferocia dell’uomo (o da qualcuno dei nostri tanti difetti: stupidità, arroganza, …).

Pompei, Ercolano, Santorini, Troia, templi sepolti da oceani verdi in Asia o in Sud America o città sommerse da mari di sabbia in Africa e in Medio Oriente (o semplicemente dal tempo) sono lì a testimoniare che eventi del genere nel passato sono successi.

C’è però chi questo passato vorrebbe allontanarlo oltre quanto riportano i testi accademici e gli studiosi. Ogni anno qualcuno annuncia di aver scoperto una qualche Atlantide. Ci sono centinaia di siti web che riportano foto di pavimentazioni, blocchi squadrati, mura crollate e adagiate sul fondo di qualche mare o affioranti da qualche collina… O almeno, così sembra…

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