Perché gli atei hanno un quoziente intellettivo superiore?


Ricordati che devi morire!

«Ricordati che devi morire!» «Sì sì... mo' me lo segno proprio»

Ogni tanto sui forum, nei commenti dei blog o nei gruppi di discussione salta fuori il provocatore di turno che ripropone – in chiave razzista – studi sul quoziente intellettivo che dimostrerebbero che i neri sarebbero meno intelligenti dei bianchi.

Tutte le volte qualcuno reagisce violentemente e magari preso dalla foga di smentire affemazioni palesemente razziste e disgustose, attacca gli studi cui si fa riferimento invece che le conclusioni errate dei razzisti.

La stessa situazione è destinata a riproporsi dopo che alcuni studi hanno trovato che, in media, il quoziente intellettivo degli atei è più alto di quello delle persone religiose.

Ho trovato un interessante articolo di Nigel Barber su Psychology Today che cerca di spiegare pacatamente le ragioni ambientali, sociali, ed economiche di questo fatto di per sé molto provocatorio…

Il vero motivo per cui gli atei hanno un quoziente intellettivo superiore

L’ateismo è segno di intelligenza?

Diffusione della religione nel mondo

Diffusione della religione nel mondo

Sono state di recente pubblicate teorie piuttosto controverse per spiegare il fatto che gli atei hanno risultati migliori delle persone religiose nei test del quoziente intellettivo (QI).

C’è probabilmente una spiegazione più semplice e – come molte correlazioni di questo tipo – probabilmente meno eccitante di quel che sembrano le altre.

Gli atei sono probabilmente più intelligenti delle persone religiose perché beneficiano di molte delle condizioni sociali che risultano correlate alla perdita delle convinzioni religiose.

Se si guarda a questo fenomeno confrontando i vari paesi del mondo, non è difficile ipotizzare diverse possibili ragioni per cui i paesi più intelligenti hanno più atei, come riportato da Richard Lynn (2009). Eccone alcune:

I paesi altamente religiosi:

  • sono più poveri
  • sono meno urbanizzati
  • hanno livelli più bassi di istruzione
  • hanno meno esposizione ai media elettronici che aumentano l’intelligenza (Barber, 2006);
  • hanno un carico maggiore di malattie infettive che indeboliscono le funzionalità cerebrali;
  • i bambini hanno  minor peso alla nascita;
  • hanno una peggiore alimentazione infantile;
  • controllano scarsamente inquinanti ambientali come il piombo che riducono il QI.

Dato che ognuno di questi fattori è una causa riconosciuta di bassi punteggi ai test QI (Barber, 2005) c’è ben poco di misterioso sulla ragione per cui i paesi molto religiosi risultino più scarsi in questi test.

Naturalmente gli stessi fenomeni sono rilevanti anche all’interno di una stessa nazione. Anche in questo caso, gli individui più agiati hanno una vita diversa da quelli più poveri, sviluppando QI più alti e maggior scetticismo religioso.

Come per le spiegazioni più eccitanti, dubito che sia la religione a causare la stupidità, non fosse altro che alcuni degli uomini più brillanti della storia, come Isaac Newton, erano molto religiosi, come la maggioranza dei loro contemporanei.

Dire se l’intelligenza spinga la gente a rifiutare le credenze religiose è più complesso. È senz’altro plausibile che le persone molto intelligenti abbiano più problemi ad accettare alcune delle credenze più improbabili richieste dalle loro chiese. Inoltre la scienza moderna offre spiegazioni di fenomeni che erano precedentemente giustificati in termini religiosi, e le persone intelligenti potrebbero preferire le spiegazioni scientifiche.

In breve, discutere di correlazioni tra QI e religiosità senza tener conto di rilevanti fattori di fondo è far chiacchiere da salotto. Ricorda il lungo e tedioso dibattito sulla correlazione tra QI e colore della pelle, che fece scaldare tanta gente ma che si rivelò un vicolo cieco scientifico.

(dal blog di Nigel Barber “The Human Beast”, su Psychology Today)


Riferimenti:

  • Articolo originale di Nigel Barber su Psychology Today: The real reason atheists have higher IQs (link);
  • Barber, N. (2005). Educational and ecological correlates of IQ: A cross-national investigation. Intelligence, 33, 273-284 (HTML);
  • Barber, N. (2006). Is the effect of national wealth on academic achievement mediated by mass media and computers? Cross-Cultural Research, 40, 130-151 (Abstract + PDF);
  • Lynn, R., Harvey, J., & Nyborg, H. (2009). Average intelligence predicts atheism across 137 nations. Intelligence, 37, 11-15 (PDF).
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7 risposte a Perché gli atei hanno un quoziente intellettivo superiore?

  1. […] di Nigel Barber sul tema dell’ateismo contrapposto alla religione. Come il precedente (Perché gli atei hanno un quoziente intellettivo superiore?) è decisamente provocatorio ma interessante e lo lascio giudicare a chi vorrà leggerlo. […]

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  2. franz ha detto:

    le religioni come la fede il credere ciecamente , rende stupidi,(perche rinunci al ragionamento logico scientifico )il dubbio e il ragionamento rende più intelligenti , cosi come fare sollevamento pesi rende più muscolosi

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  3. Gabriele ha detto:

    Non so se sia il rifiutare di credere e il pretendere spiegazioni a rendere più intelligenti. Forse sono le persone che fin da piccole sono stimolate nel modo giusto ad essere più portate verso il pensiero critico.

    D’altra parte è vero quello che dici. Credere in effetti è accettare una spiegazione senza metterla in discussione. Come diceva Schopenauer, o si pensa o si crede.

    C’è da dire che, se da una parte ci sono persone che credono ancora oggi che l’uomo e la donna siano stati creati 6000 anni fa, ce ne sono anche di quelle che pur seguendo dogmi e regole, accettano il dubbio e credono ma senza pretendere che parole scritte da pastori di 2500 anni fa siano l’inappellabile parola di Dio; senza esigere che anche gli altri credano o che debbano accettare gli stessi dogmi.

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  4. Antonietta ha detto:

    Che grande cazzata!! ma che significa che chi è ateo è piu intelligente di un cristiano??? io sono cristiana e cio non vuol dire che sono stupida o ritardata!! ragiono esattamente come tutti gli altri e questo vale per ogni singolo credente non solo x me…ma poi vogliamo proprio parlare?? ho visto diversi atei che dicevano di non credere in Dio e poi li sentivo dire che lo stesso Dio porta le sofferenze nel mondo….se voi credete che non esiste alcun Dio che vi porti bene nelle vostre vite non esiste nemmeno il Dio che vi porta dispiaceri,appunto perche non esiste e basta!!! E poi non snobbate chi ha fede e dite che sono degli imbecilli,perchè nessuno ha il diritto di offendere l’altro!!! Dio mi è stato vicino durante la mia malattia e io non giudico chi ha sentito Dio lontano nel dolore e nella sofferenza…cerchiamo di essere umili nella vita

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    • Gabriele ha detto:

      Sicuramente non sei stupida e non sei ritardata ma altrettanto sicuramente ti sei limitata un po’ superficialmente a leggere il titolo e non l’articolo, la cui conclusione è che: discutere di correlazioni tra QI e religiosità senza tener conto di rilevanti fattori di fondo è far chiacchiere da salotto. Ricorda il lungo e tedioso dibattito sulla correlazione tra QI e colore della pelle, che fece scaldare tanta gente ma che si rivelò un vicolo cieco scientifico.

      Insomma, prima di inalberarsi e parlare di “grandi cazzate” sarebbe serio leggere quello che effettivamente si dice.

      Quanto alla responsabilità di Dio nelle tragedie del mondo, gli atei in genere si limitano a chiederne conto a chi crede: come le giustificano? Gli ingenui parlano dell’azione del diavolo (ma Dio che può tutto perché non le impedisce, allora?). Altri parlano del giusto castigo di Dio per le nefandezze dell’umanità. A questo proposito è interessante la posizione di alcuni intellettuali cattolici. Per esempio, Roberto De Mattei, docente di Storia del Cristianesimo e della Chiesa presso l’Università Europea di Roma (Legionari di Cristo) e presidente della Fondazione Lepanto (quasi più cattolico del Papa, insomma), nonché ex (credo) vicepresidente del CNR, disse che lo tsunami che colpì il Giappone era la “voce della bontà paterna di Dio”. Sono tutte risposte che lasciano un po’ perplessi. Però molti altri non sono capaci di dare una spiegazione e questa, devo dire, rispetto alle posizioni precedenti è quella più sensata e intelligente. Un bel sano, onesto, ragionevole “non so” è sempre meglio di qualunque spiegazione assurda.

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      • roberta ha detto:

        Mi è piaciuto l’articolo. La gente con maggiore intelligenza analitica tende a chiedersi il perché delle cose, a cercare delle prove, le persone più semplici tendono invece ad accettare le teorie senza porsi tante domande. è un dato di fatto. Secondo me, un errore grande, che facciamo un po’ tutti, è pensare alla religione come una cosa puramente astratta, solamente teorizzabile e studiabile sui libri. Nel momento in cui scopri quanto di concreto può esserci dietro a quelle teorie, allora non hai scelta. Io non ho scelta, devo crederci e come me sono sicura che hanno vissuto concretamente la religione tante altre persone che prima pensavo ingenue. Con ciò non escludo che in futuro io possa vivere nuove esperienze che mi facciano cambiare idea, magari quello che ho vissuto sarà attribuibile ad un fenomeno scientifico, ma per adesso posso solo pensare a quando chiamavo ingenue le persone che parlavano di determinate cose, cose impossibili, ma in realtà l’ingenua ero io.

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      • Gabriele ha detto:

        Non è nemmeno, secondo me, una questione di intelligenza analitica o meno. Da non religioso e agnostico-razionalista credo che la religiosità sia un fenomeno molto vasto, complesso e difficilmente riducibile a una definizione univoca perché coinvolge a vari livelli tantissimi aspetti della vita umana. La gente crede in tanti modi diversi e – come dici tu – a seconda del proprio livello di cultura si fa domande e da risposte diverse. Ci sono il creazionista naive che crede al mondo creato in 6 giorni e al diluvio universale, il fanatico jiadista delle 72 vergini in paradiso ma anche il grande scienziato alla Stephen Jay Gould (biologo evolutivo e paleontologo) o addirittura il prelato-scienziato alla George Coyne (astronomo, ex direttore della Specola Vaticana); e nel mezzo un’infinita varietà di modi di credere. Una ricerca che correli il QI alla semplice domanda “lei crede in dio?” lascia quindi il tempo che trova. È questa del resto la conclusione dell’articolo (che – ribadisco – non è mio!).

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